“2011: CRONACA DI UN DISASTRO ANNUNCIATO”

29 février 2012 par Paul Jorion | Print “2011: CRONACA DI UN DISASTRO ANNUNCIATO”

Une version italienne par Alessio Moretti d’un article pour la revue L’ENA hors-les-murs : 2011 : Chronique d’un désastre annoncé.

Paul Jorion “2011: CRONACA DI UN DISASTRO ANNUNCIATO” (15 gennaio 2012)

(articolo originale pubblicato nella rivista L’ENA hors-les-murs, N°417: 32-33 e nel blog di Paul Jorion)

Karim Bitar mi ha chiesto un bilancio dello scorso anno per l’ENA hors-les-murs, la rivista che dirige con talento. Ecco dunque questo bilancio (N° 417: 32-33)

Commiseriamo, fra i politici, i funzionari ed i finanzieri, coloro che sono convinti di aver dato il massimo, di avere speso il meglio di sé stessi per cambiare la faccia del mondo nel 2011: i loro sforzi non sono serviti a nulla. Peggio: è come se non fossero mai stati fatti.

Infatti, lo sgretolamento della finanza è continuato in maniera inesorabile durante l’anno trascorso, seguendo la china di una lunga e penosa deteriorazione, già prevedibile nel 2010, e a dire il vero già nel 2008, all’indomani della rovina della banca d’investimenti americana Lehman Brothers; rovina che costò, per fermare l’emorragia occasionata, più di un “trilione” di dollari. Ciascuno dei combattenti ha rallentato il passo con un ardore tale – per alcuni nella folle speranza che le cose si sarebbero sistemate da sole – che ciascuna delle battaglie finanziarie ed economiche del 2011 ha avuto luogo con una guerra di ritardo.

La presenza di autentici uomini o donne di Stato sul palcoscenico della storia – quali un Franklin D. Roosevelt negli anni 1930 – avrebbe potuto forse fare la differenza? È difficile pronunciarsi con certezza: non si può escludere che la personalità scialba della maggior parte degli uomini e delle donne ai comandi nel 2011 sia stata ininfluente: forse era ad ogni modo troppo tardi, forse non era più possibile per nessuno rovesciare il corso degli eventi. Sarà questa, a posteriori, la nostra unica consolazione.

Il sistema di divisione della ricchezza creata nelle nostre società è squilibrato: sta scritto nella sua logica che il capitalista, il detentore di capitale, sia servito per primo, mentre il dirigente di una grande impresa giunge in secondo luogo, l’invenzione delle stock-options avendo permesso di fare di quest’ultimo quasi un primo ex-aequo, ed i salariati, per parte loro, si devono accontentare di ciò che resta.

Poiché questi ultimi erano le cenerentole della ridistribuzione, il potere d’acquisto stagnò, mentre, per contro, i dividendi attribuiti agli azionisti e la rimunerazione (salarii, bonus e stock-options) dei dirigenti delle grandi imprese crescevano in proporzione – e anche più – dei guadagni di produttività dovuti all’informatizzazione e all’automatizzazione. Fu calcolato che negli Stati Uniti, nel 2011, 80% della ricchezza creata durante i tre anni precedenti si era ritrovata nelle mani dell’1% più ricco della nazione, già detentore all’inizio di quel periodo di quasi un terzo del patrimonio. “Siamo i 99%!”, scandivano nell’autunno 2011 i manifestanti del movimento “Occupy Wall Street”, seguendo l’esempio del movimento della piazza Tahrir al Cairo o quello degli Indignados de la Puerta del Sol a Madrid, che l’avevano preceduto nel corso dello stesso anno.

Se il credito si era sviluppato così tanto, ciò mirava precisamente a mascherare il fatto che il potere d’acquisto stagnava mentre il volume delle merci da vendere non smetteva di crescere. In questa maniera, delle catene di crédito sempre più lunghe e sempre più ramificate si erano formate, provocando un crescente infragilimento dei nostri apparati finanziario ed economico.

La mancanza di risorse laddove normalmente sono necessarie, dà luogo al versamento di interessi, incoraggiando così ancora di più la concentrazione delle ricchezze. La quale ha raggiunto il culmine negli Stati Uniti, una prima volta nel 1929 e una seconda nel 2007. La macchina economica si è incceppata in entrambi i casi in quanto – visto che il riperimento di una qualsivoglia somma per la produzione o il consumo dà luogo al versamento di interessi – il numero di mani fra le quali si ritrova la ricchezza non la smette di diminuire.

A causa del calo del potere di acquisto, gran parte dei capitali disponibili non riuscivano più ad investirsi nella produzione, poiché quest’ultima avrebbe in tal caso superato la domanda, e non avevano nessuno sfogo al di fuori delle attività speculative, fattore di squilibrio dei mercati poiché queste ultime incoraggiavano le variazioni di prezzo, o al rialzo o al ribasso, a seconda della direzione in cui si sviluppa puntualmente una tendenza.

Qualunque cosa potesse ormai accadere, il rischio sistemico incancreniva sempre più l’apparato finanziario nel suo insieme.

Marx aveva dunque ragione, lui per il quale le debolezze del capitalismo erano patenti, nel vedere in queste ultime l’elemento che lo avrebbe condotto ineluttabilmente alla fine. Anche se il crollo non avrebbe preso la forma esatta che egli aveva previsto, quella di un calo tendenziale del tasso di profitto.

Per quale ragione la caduta della zona euro sembrò seguire, nel 2011, un andamento così inesorabile? Da una parte, fu perché era stata iscritta nella sua stessa costruzione, essendo stato il federalismo fiscale, necessario al funzionamento di una moneta associata ad una zona economica, considerato come una quantità trascurabile dai fondatori. D’altra parte, fu perché le poche misure che furono prese a partire dal 2008 non arginarono la decomposizione; al contrario, la precipitarono, par la semplice ragione che non erano veramente destinate ad essere correttive, ma miravano in realtà a portare a termine, a tappe forzate, l’edificazione del programma ultra-liberale che si era avviato negli anni 1970, malgrado il fatto che l’esistenza del suo presupposto fondatore, l’auto-regolazione (giustificante la sregolamentazione e le privatizzazioni), fosse stata negata dai fatti, sin dai primi giorni della crisi nel 2007.

All’inizio della spedizione la cordata euro era composta da diciassette nazioni. Quando cominciò il 2011, due dei suoi membri, la Grecia e l’Irlanda, penzolavano già nel vuoto. Il Portogallo raggiunse rapidamente i loro ranghi. Ne rimanevano quattordici ad inarcarsi per sostenere il peso degli altri tre. Col trascorrere dei mesi, le agenzie di notazione fecero pazientemente la conta delle forze declinanti di quelli che ancora non avevano perso piede. Alla fine dell’anno fu il turno dell’Italia e della Spagna, i cui tassi reclamati dagli eventuali prestatori per delle obbligazioni di maturità dieci anni superarono l’insostenibile livello del 6,5%. Se questi due avessero finito col cadere, sarebbe stata la fine della zona euro, la forza congiunta dei restanti membri della cordata essendo nettamente insufficiente a sostenere quelli che erano già caduti.

Ad una lenta e inesorabile degradazione della zona euro da una parte, rispondeva dall’altra il debito pubblico americano, il cui tetto dovette essere rialzato, avendo esso raggiunto la soglia legale. Il dibattito sulla questione mise in evidenza una polarizzazione inedita del mondo politico e finì col registrare una convergenza inattesa di Barack Obama su alcune delle tesi più estreme del partito repubblicano: quelle difese dalla corrente Tea Party, convergenza che avrebbe demoralizzato una parte sostanziale dell’elettorato del presidente americano. L’accordo passato per il rotto della cuffia al limite della scadenza iniziale del 2 agosto, consisteva essenzialmente nel rinviare la soluzione dei problemi alla fine del mese di novembre, epoca in cui, come prima, nessuna soluzione poté essere trovata; il che fece scattare in agosto l’applicazione meccanica di un certo numero di misure previste a minimo, e che colpiranno, essenzialmente a partire dal 2013, l’industria degli armamenti, le compagnie farmaceutiche e il settore ospedaliero privato.

I rimedi conosciuti contro la concentrazione delle ricchezze sono poco numerosi. Il più ragionevole, quello di una redistribuzione pacifica del patrimonio troppo concentrato, è certamente quello meno praticato a livello della storia. La rivoluzione confisca ed espropria per ridistribuire; ma poiché evita di affrontare le vere cause della concentrazione delle ricchezze, tende a sostituire rapidamente l’antica aristocrazia con un’altra, fondata su un nuovo principio: il denaro al posto della terra, per prendere un esempio. Infine, la guerra, che distrugge tutto, ridistribuisce provvisoriamente il patrimonio tramite un forte livellamento dal basso. È lei che offre la soluzione più comoda, poiché non esige alcuna autocritica da parte di chicchessia e permette invece a ciascuno di esonerarsi dalle proprie colpe designando un colpevole, che si trova, e questo è molto pratico, in un altro posto. Siria, Iran, Pakistan? Non mancano candidati all’appello per il 2012.

L’uomo dell’anno fu senza dubbio il primo ministro greco Georges Papandreu che, a conclusione di un’interminabile maratona, dopo aver ottenuto dai suoi partner all’interno della zona euro un accordo relativo alla ristrutturazione del debito del suo paese, ricordava loro i principii democratici decidendo, cinque giorni dopo, che il popolo greco avrebbe interinato questo accordo per via di referendum. Un tale cumulo di notizie contraddittorie creava lo sgomento nelle capitali europee. Papandreu dovette fare rapidamente marcia indietro. Il mercato dei capitali dirigeva ormai il mondo e le velleità di coraggio politico ebbero vita breve nel 2011 di fronte al suo realismo crudele.

(tradotto dal francese da Alessio Moretti)

http://www.pauljorion.com/blog/wp-content/plugins/sociofluid/images/google_24.png http://www.pauljorion.com/blog/wp-content/plugins/sociofluid/images/facebook_24.png http://www.pauljorion.com/blog/wp-content/plugins/sociofluid/images/yahoobuzz_24.png http://www.pauljorion.com/blog/wp-content/plugins/sociofluid/images/twitter_24.png
 
© 2012 Blog de Paul Jorion · Connexion
Desk Space par Dirty Blue & Wordpress Traduction WordPress tuto
Implementation / Webmaster Camuxi.