Viviamo un disastro annunciato

“Viviamo un disastro annunciato”

(l’originale in francese è stato pubblicato il 04/01/2012 in Le Progrès

Paul Jorion è diventato celebre con la crisi dei subprimes del 2007, che è stato une degli unici a prevedere: lavorava allora negli USA nel settore bancario dopo essere stato trader in Francia. Da allora non ha più smesso di alimentare controversie nel suo blog e nei suoi libri. Il 12 gennaio 2012 è stato l’ospite a Lione della Villa Gillet, con il saggista Nicolas Bavarez e la storica Sophie Wahnich, a proposito del tema della rivolta. Ecco l’intervista che ci aveva concesso prima di quell’evento.

FB: Il pessimismo domina in questo inizio dell’anno (2012). Lei può darci una ragione di essere ottimisti?

PJ: Si: i politici sanno ciò che si dovrebbe fare … Il discorso del Signor Sarkozy a Tolone il 25 settembre 2008 è stato, a mia conoscenza, l’unica dichiarazione fatta da un politico che non soltanto prendeva atto della gravità della situazione, ma spiegava ugualmente quali misure si dovessero prendere per salvare il sistema esistente. Ma in seguito nulla è stato fatto, né in Francia, né altrove, per mettere in atto tali misure.

FB: Lei è uno dei rari economisti che hanno visto arrivare con anticipo la crisi dei subprimes… Cosa vede per il 2012?

PJ: Voglio inanzitutto precisare che, se ho potuto nel 2004-2005 fare un’analisi giusta della situazione è perché mi trovavo in una funzione privilegiata per comprenderla: lavoravo nel settore dei subprimes, sulla gestione e la convalidazione dei modelli finanziari. Oggigiorno non sono più nelle stesse condizioni… Bisogna anche dire che siamo entrati in un periodo in cui esiste una quantità di fattori, condizionali gli uni rispetto agli altri, tale che è molto difficile prevedere cosa potrebbe accadere. Detto questo, direi che è abbastanza improbabile che le cose si aggiustino se non si fa nulla. Nel caso della zona euro, dopo lo scoppio della crisi all’inizio del 2010, tutte le decisioni sono state prese troppo tardi per poter essere efficaci. Bisognerebbe rovesciare la tendenza, ma non si vede bene come ciò potrebbe essere fatto… Viviamo un disastro annunciato.

FB: Quali sarebbero le misure da prendere, secondo lei?

PJ: La più importante sarebbe, invece di prendere delle misure che hanno un impatto negativo sui salari, di aumentare il potere d’acquisto per ricostruire una domanda sul mercato…

FB: Cioè, per essere più espliciti: tutto tranne l’austerity?

PJ: L’austerity è la peggior cosa. Si giustifica solo rispetto al patto finanziario europeo, messo in forma sotto il nome di “regola d’oro”, e che è fondato su di un errore di logica economica elementare.

FB: Eppure, la maggior parte degli esperti, a cominciare da Nicolas Bavarez con il quale lei avrà un dibattito alla Villa Gillet, pensano che abbiamo vissuto troppo a lungo al di sopra dei nostri mezzi, e che ora bisogna pagare il conto…

PJ: È completamente falso. Ciò che è accaduto a partire dagli anni 70 è stato una predazione accellerata da parte degli investitori finanziari e dei dirigenti sulle imprese. I salari hanno, di fatto, stagnato, nel bel mentre si viveva un periodo di esplosione della produttività, in particolare grazie all’introduzione dei computer. Si dovrebbe dunque dire piuttosto: i dirigenti delle grosse imprese e gli azionari hanno vissuto al di sopra dei mezzi dei salariati.

FB: Stessa diagnosi sullo Stato-Provvidenza (il Welfare), che questi esperti vogliono smantellare?

PJ: Guardi che se la Francia, e l’Europa in generale, non hanno incassato il colpo  della crisi dei subprimes altrettanto duramente che gli Stati Uniti, ciò è dovuto allo scudo protettivo che è dato dalla protezione sociale. È l’ultimo meccanismo di difesa contro il crollo del sistema capitalista, l’ultima cosa che si dovrebbe attaccare… Ma la crisi è stata utilizzata come pretesto per smantellare la protezione sociale, non perché costerebbe troppo caro, ma perché si continua ad applicare quel programma ultraliberale che pure è stato completamente contraddetto dai fatti a partire dal 2008.

FB: Nel discorso di Tolone che lei evoca, Nicolas Sarkozy annunciava di voler riformare il capitalismo, di moralizzarlo. Ma lei, dal canto suo, scrive che “Il capitalismo è all’agonia” (cf. <i>Le capitalisme à l’agonie</i>, Fayard, Parigi, 2011)…

PJ: Si, il capitalismo è all’agonia perché non è stato fatto nulla.

FB: Era dunque salvabile?

PJ: Si, il capitalismo era salvabile. E la responsabilità per la scomparsa del capitalismo incomberà interamente ai politici e ai responsabili delle banche centrali che potevano salvarlo nel 2009, ma non l’hanno fatto.

FB: E perché?… Perché Nicolas Sarkozy, di cui lei sembra riconoscere la lucidità nel settembre 2008, non avrebbe in seguito agito?

PJ: C’è la tentazione molto umana di voler credere che le cose potrebbero ripararsi da sole, il che diminuisce la pressione per imporre delle vere misure. E poi c’è stato un rapporto di forze perso tra il Signor Sarkozy ed i suoi partner, per esempio un incontro con il Signor Obama che ha chiuso le porte a tutte le misure che proponeva.

FB: Lei scrive, nel suo libro “La guerra civile digitale” (<i>La guerre civile numérique</i>, Textuel, Paris, 2011), che siamo in una “situazione pre-rivoluzionaria”. Non è un po’ esagerato?

PJ: No. Si può fare un parallelo con il 1788 [AM: la vigilia della rivoluzione francese]: in quell’epoca tutti hanno analizzato bene la situazione, ma la classe dirigente resta “seduta sulle proprie mani”, come si dice in inglese, spera che le cose si rimetteranno a posto da sole. È criminale.

FB: Lei pensa dunque che la gente si rivolterà?

PJ: Si… I movimenti di indignati sono delle proteste che restano abbastanza addomesticate. In alcuni paesi la gente reagisce in funzione del proprio grado di sofferenza: manifestano un po’ quando soffrono un po’, e un po’ di più quando soffrono un po’ di più… Ma in Francia, non abbiamo questa tradizione. Si incassa fino ad un certo limite, e poi si scoppia.

FB: E lei pensa che ci siamo?

PJ: Si, siamo arrivati ad un limite. Ciò si manifesta in maniera indiretta, nel numero di persone che si dicono pronte a votare per il Front National [AM: il partito francese di estrema destra]. L’altro giorno discutevo con l’autista di un tassì: mi ha fatto un’analisi della situazione che sembrava di estrema sinistra, e alla fine mi ha spiegato che avrebbe votato per Marine Le Pen [AM: la candidata del Front National per l’elezione presidenziale francese del 2012]… Ciò non aveva alcun senso politicamente, ma era la sua maniera di esprimere la propria indignazione.

FB: Può la campagna presidenziale [AM: quella francese del 2012] permettere di avere un miglior dibattito e di andare avanti verso delle soluzioni?

PJ: I candidati “eleggibili”, i Signori Sarkozy e Hollande, resteranno nell’ambito ideologico definito dalla Banca Centrale Europea e dallo FMI, e cioè in quello dell’assenza di vere misure, come ciò ha ormai luogo dal 2010. La gente manifesterà il proprio disaccordo tramite voti di protesta, con voti bianchi e nulli, e tramite l’astensione. La gente voterà contro dei candidati e non per dei programmi.

 

Intervista fatta da Francis Brochet

Tradotto dal francese da Alessio Moretti

 

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